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Registrazione Trib. di Sa n22 del 07.05.2004
 
 
 
 
 
 
 
 
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Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando , seppellendo vivi i contadini poveri del Sud che gli scrittori salariati e venduti tentarono di infamare col marchio di briganti .
Antonio Gramsci,Ordine Nuovo”.

“Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’possibile, come il governo vuol fare credere,che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini?Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti”. 
Discorso del deputato Giuseppe Ferrari  nel parlamento di Torino.

“Io stesso vidi combattere con molto valore nella banda Caruso una donna con due revolver nelle mani, e affrontare presso Francavilla la mia cavalleria…”.
Generale Pallavicini

LA GUERRA DI FILOMENA
Pennacchio Filomena, da S.Sossio. Di anni ventitrè.Contadina. Catturata il 29/9/1864. 
Filomena, dunque, faceva la contadina. Non sappiamo cosa facesse –gli archivi del Regio Esercito non hanno niente in proposito –a quindici anni; ma possiamo immaginarlo. Nella primavera del cinquantasei, la contadina Filomena ha scoperto di essere bella. E’ una cosa strana che i contadini siano belli, ma a quindici anni succede. Quella primavera, è successo a Filomena e a un ragazzo del suo paese, un riccetto di cui non s’è salvato il nome e che perciò chiameremo, a capriccio nostro, Giuseppe.
La vita di Pennacchio Filomena è praticamente tutta in quei tre o quattro mesi di quella primavera. Uscire dalla chiesa e sentirsi guardata. Tornare all’abbeveratoio, la sera, e trovarci - per caso- il ragazzo Giuseppe. Essere belli insieme, senza averne paura. E scoprire le cose, trovarle-gli alberi, l’acqua, gli uomini, le strade - pronte a vivere con noi, avendoci fino a quel momento aspettato. Tutto questo, è durato alcuni mesi. Poi, la seconda scoperta. Noi non sappiamo dove. Forse, nei gesti di sua madre; o sul viso dell’amica non di molto più anziana e già sformata; o in quello delle donne che trascinano ingobbite dei pesi. L’adolescente guarda con un’attenzione dolorosa ciò che la vita sa fare. Arriveranno in fretta anche per lei le rughe, la voce roca, la tristezza del corpo. Sarà adulta anche lei. E presto anche la voce di Giuseppe si farà dura, senza più tenerezze: la guarderà di sfuggita,tornando ubriaco di zappa, e le comanderà qualcosa. Così è la vita degli uomini, a San Sossio -e la gioia, per i poveri, è un bottino che dura molto poco.
E’ allora che la ragazza Filomena diventa donna. E’ questa sera che Giuseppe, stringendola nel buio d‘un fossato, non la sentirà ridere: la sbircerà dubbioso senza trovare il suo sguardo. Esiterà un momento prima di risentire, solido sotto il suo, il corpo della ragazza; e di ricominciare a toccarlo, con avida indifferenza.
Lontano, una campana suona l’ora.
Una campana suona. Per le vie del villaggio sfilano silenziosi dei lancieri. Finestre chiuse, cavalli impolverati: arrivano alla piazza. Li attende un capannello di civili. Il tenente si ferma, si fruga nella giubba, sporgendosi di sella tende qualcosa al notaio Livolsi. Il notaio prende il foglio, lo legge, dice qualcosa all’ufficiale; il tenente non risponde, alza un braccio - nessuno dei cinque o sei contadini sui gradini della chiesa ha alzato in tutto questo tempo la testa - e la pattuglia riparte. Nessun bambino corre dietro ai cavalli. Appena fuori del paese il lanciere Moroni, ultimo della fila, rallenta appena il trotto e sputa in un fossato, vicino all’abbeveratorio. E’ bastato a farsi distanziare di qualche metro dal drappello: ” E muoviti, balèngo!- soffia il sergente Stardi – Cosa aspetti, boja fàus!, i briganti?”.Moroni arrossisce, e sprona. Ed è settembre, settembre 1864.  I monti sono pieni di bande. Colombo, dei lancieri di Novara, l’hanno inchiodato a un albero. Colaussi, l’hanno bruciato vivo. Due compagnie di bersaglieri han vendicato il Colaussi. Nell’altro villaggio invece non s’è trovato nessuno: non è rimasto che bruciare le case. Dicono che ci sia anche delle donne, fra i briganti. Ma nessuno le ha viste, pensa il lanciere guardando la strada. Nessuno? In ognuno di questi fottuti paesi, le vediamo. Con quei loro occhi bassi e quella loro faccia non-so-niente: le puttane! I maschi si capisce: non vogliono andare soldati, questa è la verità, e allora si danno alla macchia e fanno i briganti. Ma le donne? Le donne cosa le porta, santiddio, a fare questa vita?
Filomena non saprebbe rispondere a questa domanda. E’ nascosta da qualche parte, forse non lontano dai lancieri che sfilano lungo il margine del bosco. Forse anzi li sta osservando-i mantelli azzurri contro il rosso dei tronchi- e forse proprio in questo momento un uomo le corre vicino e le tocca una spalla, e lei si volta. Non possiamo sentire - siamo troppo lontani - cosa dice l’uomo che è arrivato adesso. Ha una faccia tarchiata, da pastore. Indica i soldati ripetendo qualcosa, poi ride. La donna fa di sì con la testa. L’uomo si allontana correndo e un attimo dopo sul roccione è rimasta solo la ragazza. Giù in basso i lancieri continuano a sfilare lentamente, le teste chine, i mantelli sul viso. Moroni sta ancora chiedendosi cosa diavolo ci facciano le donne nei briganti e subito dopo -per associazione d’idee - se per Natale, a Novara, Carolina gli darà quel che le ha chiesto nell’ultima licenza. Dall’alto, Filomena continua a osservare attentamente i soldati, compreso il lanciere Moroni di cui però non riesce ad indovinare i pensieri, né le interesserebbe farlo.
In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele, per grazia di dio e volontà della nazione…”.
(Filomena corre giù dal costone verso il bosco - Crociatet! Serrare!- Filomena apre la bocca per urlare –Pronti al comando!Puntat!-aaaaaah…atttia!- diodiodio non a me non può non …-il fucile tra le mani di Filomena - un lanciere alza la carabina –Filomena è quasi al margine del bosco - il fucile di Moroni spara - Filomena è ai cavalli - Moroni apre la bocca scivola all’indietro sempre a bocca aperta gridando – Filomena spara).
Per avere in modo univoco e in concorso con le persone apresso identificate…”.  
(Ora trascina i piedi nel sentiero tra i sassi- salire salire salvezza la montagna-lancieri a cinquecento metri- solo nove ancora vivi in banda- la salire salire - scia di sangue- la nuca di un pastore gli occhi di Filomena- un passo un passo un passo Carmine apre le braccia - Carmine giù su un masso ha la testa spaccata - fumo colpi di fuoco l’azzurro dei bersaglieri - ancora fumo ancora colpi - buio).
Per questi motivi la corte, visti gli articoli…”.     
(Viso di Giuseppe- viso di donna anziana - interno di cucina, fumo - il fumo degli spari –fumo della cucina-madre di Filomena - veste azzurra coi fiori- galline - vecchio schienapiegata suo padre- occhi stretti giovane contadino – chiesa la domenica mattina – chi sta urlando? – il sole il sole il sole uscendo nella piazza – il viso di Giuseppe - la montagna – i soldati).
Alla pena di anni diciotto e mesi sei di…”.
(Il sole- il sole a mezzogiorno la montagna - troppo troppo pesanti scarponi militari – la bocca d’un soldato che scivola di cavallo- il viso di un ragazzo ma qualcuno sta urlando – e un soldato e gli occhiali –occhiali in faccia a quell’uomo –parla parla parla – e lontano sta urlando – e ancora un viso e vicino all’abbeveratoio e la sera- la sera).
La sunnominata Pennacchio Filomena…”.
(Braccia che la tirano via- chi sta urlando? braccia delle guardie portano via i pastori – chi sta urlando? – guardie trascinano via i contadini le braccia delle guardie sulle braccia  di Filomena – facce terrose facce di pietra contadini –nessuna voce nell’aula soltanto –l’urlo di Filomena sempre più via).
Adesso non riusciamo più a tradurre i pensieri di Filomena, neppure approssimativamente (ormai non ci sono, del resto, dei pensieri completi: ma singole parole dialettali, e immagini; e molto tempo è passato). Ci sembra d’intuirvi – o desiderarvi - una luce; molto sfocata tuttavia, e sempre più occasionale. Forse ci sono anche dei visi, dissolti uno sull’altro (un video disturbato); ma per brevissimi istanti. Normalmente, c’è un respiro regolare e quello che è sicuramente- per quanto qui possa sembrare strano- un sorriso. Ed è per noi già autunno, autunno milleottocentosettantasei.
La luce piove serenamente, adesso, sul camerone rettangolare. E’ l’ultima della giornata: le donne si raggrumano- a due a due, a tre a tre, contandosi remotissimi pettegolezzi- in questa o quella chiazza che scivola dai finestroni sbarrati. Filomena sorride. Il contadino Carmine sul masso con la testa spaccata,  il ragazzo Giuseppe che vive e adesso avrà quarant’anni. Filomena sorride. L’aula del tribunale di Vallo, le file dei pastori in catene…E già nel porto di Napoli ha fischiato una sirena e già contadini e pastori salgono goffamente il barcarizzo. Tanta acqua, san Sossio.. E non c’è più briganti, e non c’è più la guerra: per la madonna!l’america, quella sola rimane. Nessuno ha chiesto grazia, e nessuno è pentito: ma la montagna è povera, e il Re ha troppi soldati. Così, guardarsi indietro l’ultima volta, e salire.
(E nel camerone, da sola, una donna rugosa sorride. Sorride? Chi lo sa se è la sua america, e forse col Giuseppe; e lei sorride).
Ciao, Filomena.     

Vitale Giuseppina, da Bisaccia. Di anni ventitrè. Bottegaia. Catturata il 29/9/1864. Condannata a venti anni di carcere. Maria Giovanna Tito, da Buvo del Monte. Di anni venti. Contadina. Compagna di Carmine Donatelli detto “Crocco”, il capo di tutte le bande lucane. Catturata su delazione di Filomena Pennacchio, condannata a quindici anni di carcere. Arcangela Cotugno e Elisabetta Blasucci,  donne dei guerriglieri lucani Coppolone e Libertone, condannate a 20 anni di carcere. Morirono dopo pochi anni. Maria Lucia Nella, compagna di “Ninco Nanco”, catturata armi in pugno al termine del conflitto che costò la vita al suo uomo. Luigia Cannalonga, madre del famoso capobanda di Serre Gaetano Tranchella e deus ex machina  di tutte le azioni della banda. La Prefettura di Salerno nel 1862 la spedì al “domicilio coatto” per connivenza col brigantaggio, somministrazione di viveri ed alloggio a briganti.  Dopo l’uccisione del figlio nel bosco di Persano, fu rimessa in libertà. Maria Rosa Martinelli, Teresa Ciminelli, Filomena Pennarulo, Maria “Ciccilla”Oliviero, Giuseppina Vitale, Giovanna Tito, Chiara Di Nardo, Angela Consiglio, Rosaria Rotunno, Filomena di Pote, Maria Orsola D’Acquisto, Carolina Casale, Maria Pelosi, Rosa Giuliani,  Mariannina Corfù , Gioconda Marini, portano capelli cortissimi, che li rendono irriconoscibili dagli uomini, sono armate come gli uomini e combattono spesso meglio degli uomini, vestono abiti tradizionali cioè da contadine povere, gente semplice del popolo, braccianti e contadine senza terra, destinate prima o poi ad andare incontro alla morte per piombo o per una sciabolata. Dopo una vita di umiliazioni e di stenti, con la rabbia degli sfruttati e il cuore intrepido di chi non ha niente da perdere se non le proprie catene. Sui monti e nei boschi godono di grandissima considerazione e la loro libertà, la loro dignità, e la loro volontà sono rispettate. Sono le donne dei briganti o le brigantesse; le “drude”, le “ganze” o semplicemente le “puttane”  secondo la terminologia sprezzante di alcuni rapporti militari.  Sono spesso causa di violenti litigi e provocano contrasti insanabili tra i membri delle bande che spesso sfociano in liti furibonde – in distacchi traumatici o in veri e propri duelli rusticani. Celebre è il duello tra Crocco e Caruso che si contendevano le grazie della bella Filomena Pennacchio. Ma anche Alfonso Carbone di Montella, ebbe guai seri per colpa di una donna. Gente semplice, contadine senza terra, braccianti, analfabete e per lo più giovanissime, che si battevano in prima fila. Dimostrando in più occasioni di essere più pericolosi degli uomini. I dagherrotipi ci restituiscono i loro ritratti, gli sguardi fieri, spesso la loro bellezza e avvenenza. Scrissero pagine insanguinate di eroismo e crudeltà. Alcune soltanto vittime del nuovo stato di cose che non aveva cambiato né i rapporti sociali nelle campagne né la condizione di sfruttate delle donne, altre costrette a seguire le bande dopo un rapimento, altre che si diedero alla macchia volontariamente, resistenti per amore o attratte dall’irresistibile tentazione di un vita al limite, in odio ai galantuomini. Messe all’indice dai notabili come banditi e puttane, spesso prive di mezzi e di possibilità, inchiodate al loro destino ineluttabile di emarginate, abbandonarono gli arnesi da lavoro, le case poverissime e malsane per seguire mariti, amanti o semplicemente perché si erano stancate di mangiare il pane nero e si rivoltarono contro quelli che mangiavano il pane bianco, tutti i giorni. Il sovversivismo nelle campagne e sui monti fu alimentato anche da una minoranza di donne risolute che si occupavano di tutto: della logistica e dell’organizzazione, di imboscate ed esecuzioni. Dietro ogni volto c’è una storia da raccontare e da scoprire, una vicenda tenebrosa e cupa come gli anni del brigantaggio post-unitario. E’ quasi inutile cercare spiragli di luce, non ci sono né colori o sfumature, ma soltanto il nero del lutto, della morte, della notte, il nero del carbone, non c’è quasi mai un lieto fine.
Il volto di Maria Capitanio è quello che ci colpisce di più; malgrado la staticità, ci restituisce il senso drammatico della disperazione e della guerra. Sembra uno scugnizzo triste, ma è una donna, che porta negli occhi, grandi e nerissimi,  i segni di una lotta senza quartiere e di un destino tragico. Brigantessa per amore, compagna del capobanda Antonio Luongo quando il suo uomo fu ucciso in combattimento, assunse il comando della banda giurando vendetta. “Un ira di Dio” la Capitanio che partecipò a numerosi scontri con le truppe piemontesi. Circondata e catturata l’11 marzo 1868 fu rinchiusa nel carcere di Mignano in attesa del processo. Mentre il padre cercava di farla liberare pagando una cauzione di 1500 lire, si suicidò ingerendo dei pezzi di vetro. Non era un uccello che poteva vivere in gabbia.   
Filomena Pennacchio “ bella, occhi scintillanti, chioma nera e cresputa , profilo greco ”,  sanguinaria brigantessa. Si diede alla macchia dopo aver ucciso a sangue freddo il marito, accecato da una folle gelosia. Si unì alle bande di Crocco, Ninco-Nanco e Schiavone di cui diventò l’amante. Con il famoso capobanda lucano, partecipò a conflitti a fuoco e sequestri di persona. La gelosia di Rosa Giuliani, ex amante di Schiavone, consentì alle truppe di arrestare il capobanda e altri briganti che furono condannati a morte. Catturata a Melfi, per scampare ad una morte sicura, divenne una “collaboratrice di giustizia” come il suo ex amante Giuseppe Caruso. Grazie alle sue rivelazioni vennero uccisi o catturati diversi briganti o brigantesse come un luogotenente di Crocco, Agostino Sacchitiello ed altre due famose brigantesse, Maria Giovanna Tito e Giuseppina Vitale. Fu condannata a venti anni di reclusione.  
Chi non conosce Michelina De Cesare, da Galliano, donna del capobanda Francesco Guerra di Mignano. Di anni ventuno. Contadina. E’ il volto di una donna leggendaria e audace. Una delle  pochissime donne uccise in combattimento, il 15/4/1868 con tutta la banda. Torturata dalle truppe piemontesi, si rifiutò di fare i nomi dei suoi compagni, il suo corpo nudo (nella foto) e crivellato di colpi fu esposto nella piazza del suo paese suscitando indignazione e scandalo.

Lungo il monte Pettine Giugno 1866
 
C’era la nebbia che avvolgeva il campo dei carbonai lassù sul monte Pettine, un campo desolato, senza significato. Gli uomini erano intenti al lavoro, stanchissimi. La giornata volgeva al termine. Silenziosi, come sempre, confusi nella nebbia, all’improvviso comparvero gli uomini della banda armata di Luigi Cerino di Gauro, il terrore di questi luoghi. Il Capo fece una sola domanda, secca: “Chi è Giuseppe Pisani? ”. Nessuno rispose tra la piccola folla in preda all’ansia e alla paura. Il Capo ripetè la domanda e qualcuno indicò con un dito un altro gruppo di carbonai in una radura poco distante. Un brevissimo scambio di battute, una pausa e uno sparo. Giuseppe Pisano, 53 anni, carbonaio di Giffoni Valle Piana stramazzò a terra ancora attaccato alla vita. Il Capobanda tutto vestito di rosso con il petto adorno di medaglie, esplose il colpo di grazia. Cerino era un capobanda audace e vendicativo. Abbiamo già visto che cosa era in grado di provocare nei paesi e nelle campagne del picentino. Un uomo disperato, seppure ancora giovane, che andò a morire lontanissimo, in Lucania in un imboscata tesa dal “traditore”  Giuseppe Caruso.      
“L’anno milleottocentosessantasette addì due del mese di Gennaio alle ore nove antimeridiane adunatosi il Consiglio Comunale di Giffoni Valle Piana nell’apposita sala delle deliberazioni per l’esaurimento del prescritto dagli articoli 79 e 80 della legge; ed alla presenza del signor De Cataldis Marco delegato alle funzioni di Sindaco, intervennero i signori Sica Francesco D’Antonio, Granozio Vincenzo, Greco Luigi, Gubitosi Pietro, Sorgenti Uberti Gerardo, De Filippis Annibale, Troisio Carlo, Granati Alfonso, Mancusi Giovanni, Sica Vincenzo, Marano Gaetano, e furono assenti i signori Gubitosi e Gerardo Matteo Filippo, Sica Francesco di Vincenzo, Falivene Matteo, De Galeoni Dionisio, Graziani Angelo, Andria Domenico,Tedesco Filippo. Apertasi dal signor Presidente l’adunanza, il medesimo ha dato lettura di un ufficio della Prefettura del 29 Dicembre ultimo, 2 sezione n. 23744, con cui viene autorizzata la riunione straordinaria di questo Consiglio Municipale onde deliberare sull’esperienza di accordarsi de’premi a coloro che si cooperino per la distruzione del brigantaggio, che da più tempo infesta queste contrade. Il Consiglio, intesa la proposta medesima e considerando opera della massima utilità d’incoraggiare maggiormente i cittadini  di questo Comune alla persecuzione del brigantaggio mercè delle somme con cui potessero provvedere ai loro futuri bisogni. Alla piena unanimità e per appello nominale, delibera accordarsi dall’erario municipale agli abitanti di questo comune che facessero assicurare alla giustizia un brigante i seguenti premi.
Primo. Per il capobanda Luigi Cerino lire duemila.
Secondo. Per ogni capobanda lire mille.
Terzo. Per ogni brigante qualunque lire ottocentocinquanta.
Delibera del pari al Consiglio medesimo la distribuzione dei premi anzidetti a favore di coloro che se ne renderanno meritevoli. Ciò stante il Presidente ha chiuso  l’adunanza e ha redatto il presente verbale,che precedente lettura e approvato ”.    
Luigi Cerino odiava i delatori e le spie. Come tutti i briganti. Giuseppe Pisani aveva commesso un errore fatale: aveva convinto a costituirsi ai Carabinieri di Giffoni un suo parente, membro della banda.  Compiuto l’omicidio, la banda lasciò senza fretta il campo inghiottita dai boschi. La moglie, ennesima vittima della guerra riuscì ad ottenere un vitalizio dal Comune. Tre mesi dopo,  Carmela Pisano, detta Carminella, 22 anni, giovane e avvenente contadina di Giffoni, figlia di Giuseppe Pisano, “ barbaramente ucciso dai briganti ”, si reca nelle lavorazioni di Lorenzo Andria a prendere un carico di carboni. Per “lucrarsi il pane”. Ecco la cronaca di quella giornata del 14 giugno 1866. “Giunta sul sito sudetto ha caricato i carboni e non molto lungi da colà e propriamente nella contrada Quercia Arsa tenimento del detto Comune, è stata aggredita dal brigante Vito Pauciello, il  quale era in compagnia di un altro brigante ferito. Il Pauciello voleva scaricare il due colpi su quella sventurata ma a preghiere ed intercessioni di Carmela Pagliarulo, che trovavasi colà, ha dimesso il feroce proponimento ma con minacce l’ha obbligata a seguirlo. Dopo un piccolo tratto di strada, la Pisano è stata presentata al CapoBanda Cerino, il quale l’ha trattata piuttosto umanamente e l’ha ordinato di non tornare più sulla montagna perché in opposto sarebbe stata uccisa. Le ha imposto pure di dire alla di lei madre che cessasse di fare più la spia ai Carabinieri in opposto sarebbe stata uccisa come il marito, e l’ha licenziata; avvisandola che se egli non si fosse trovato ivi, non sarebbe più ritornata in Giffoni. La Pisano che è un avvenente giovane, ha sostenuto di non essere stata toccata dai briganti, ma tutto altrimenti si dice nel paese, ove si conosce la brutale ferocia dei briganti, anche perché il brigante Pauciello aveva da scontare qualche vendetta contro di quella infelice. La Pisano ha dichiarato pure che pria di essere assalita dai briganti ha incontrato Teresa De Rosa, la quale le ha detto, perché ti sei recata qui ? stamane passerei un guaio; al che la Pisano le ha chiesto se aveva visto i briganti e pria che la citata Rosa avesse parlato, l’altra di lei sorella Irene di Rosa ha risposto che più sotto vi erano i Carabinieri. Questo discorso tenuto dalle di Rosa mostra che conoscevano che il brigante Pauciello stava in agguato per assalirla, cosa che viene confermata dal fatto di aver la madre delle cennate De Rosa detto oggi che il Pauciello aveva chiesto alle di lei figlia, se la Pisani si sarebbe condotta a prendere i carboni; ed è a meravigliarsi che la cennata Pisani stamane per la prima volta, dopo l’uccisione del padre, si conduceva alla montagna e quindi è indubitato che i briganti erano stati avvertiti che si conduceva nella montagna. Stante ciò le De Rosa dovrebbero essere arrestate ma credo inutile questa misura quando tutti i lavoratori di carboni, tutti coloro che li trasportano e tutti i pastori e vaccai di Giffoni sono manutengoli. In ogni modo mi attendo dalla S.V.Ill.ma le convenzionali disposizioni. Intanto la forza Pubblica accorse sul luogo ma infruttuosamente, perché verso il mezzogiorno i briganti si sono visti alla Colla di Serino. Colgo questa occasione per far noto alla S.V.Illma che io non tralascio mezzo intentato per adempiere ai miei doveri; ma è certo che ove non si eseguiranno appiattimenti di lunga durata, e senza interruzione nei punti sospetti e precisamente nei contorni dell’Infrattata, i briganti non saranno distrutti cosa è stata già stabilita e sarà attuata fra un giorno all’altro.
Il Delegato di P.S.
Giovanni Vecchi 

Scontro a fuoco nella contrada Cerreta del comune di Campagna tra i carabinieri e circa 80 briganti delle bande riunite Cerino – Cianci – Parra - Boffa e Scarapecchia.
 Circondario di Campagna lì I Novembre 1866
Sull’albeggiare del 31 ottobre 4 Carabinieri con 25 uomini di Squadriglia, vennero spediti in perlustrazione sulla traccia della banda Boffa.Verso le 6 antimeridiane giunti alla Montagna Cerreta, il Vice Brigadiere Botti con cinque della squadriglia salirono sul monte per visitare una grotta ivi esistente, e a poca distanza dalla stessa furono sorpresi dalle comitive Cerino, Ciancio, Parra, Boffa e Scarapecchia nel numero approssimativo di circa ottanta persone.
Il detto Vice Brigadiere coi cinque uomini che lo seguivano sostenne vigoroso combattimento coi briganti, battendo in regolare ritirata, finchè potè riunirsi al rimanente della forza, colla quale sostenne un lungo combattimento poiché i briganti in numero superiore cercavano d’accerchiarla.
Dopo mezz’ora di conflitto sovvennero chiamati dal fuoco un Drappello di 10 Soldati del 16° Reparto Fanteria che col Sottotenente Sign.Verga di là transitavano diretti verso Acerno. Intanto che sostenevano un fuoco ben nutrito, da ambo le parti, s’inviarono qui tre uomini di squadriglia a chiedere rinforzi che subito si venne in numero di 7 Carabinieri, 12 Soldati e 30 Guardie Nazionali  diretti dal Capitano Comandante la Compagnia qui distaccata, e dal Capitano dei Reali Carabinieri; partendo subito per una via più lunga e disastrosa , nell’intento di prendere in mezzo tutti i masnadieri percorrendo tre chilometri sopra rocce impraticabili, ma sebbene chè adoperavansi la maggiore accortezza, pure i briganti provveduti di cannocchiali accortisi, se ne fuggirono, prendendo la direzione dei boschi di Senerchia.
La forza tutta li inseguì per lungo tratto, e sino a che ne smarrì ogni traccia, e poiché la stessa era sprovvista di viveri, non munita di cappotti per la sollecitudine con cui ebbe a partire, dovette la notte ritirarsi in residenza.
Dei briganti ne rimasero feriti almeno quattro, giacchè furono visti trasportare dei loro compagni, e sul terreno furono sequestrati un fucile a due colpi, ed un cappotto di panno affatto nuovo.
La riunione dei briganti sembrava fosse stata effettuata coll’intendimento di invadere qualche paese,e con qualche probabilità Campagna, in causa delle misure di rigore che si sono adottate per vietare assolutissimamente la somministrazione di viveri.
La forza tutta spiegò molto zelo e coraggio sebbene in numero assai inferiore,ed è degna di lode; ma qui esige ottenersi sollecitamente truppa giacchè con soli 30 soldati e undici Carabinieri non si potrà mai ottenere ottimi risultati benché si tenti di fare ogni possibile servizio.
Il Capo di tutte le comitive Cerino era interamente vestito di rosso,per lo più i briganti sono armati di fucile a due colpi; ed alcuni di Carabina e Revolver.

Il SottoPrefetto
Casalis

Capitolo Undicesimo>>

 
 
 
 
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