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Registrazione Trib. di Sa n22 del 07.05.2004
 
 
 
 
 
 
 
 
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Gaetano Manzo Storie del brigantaggio post-unitario nei Picentini.

Esclusiva:l’ultimo sequestro della banda Manzo.

Promemorianews è in grado di proporre un lungo, affascinante viaggio dentro il fenomeno del brigantaggio nell’area del picentino raccontato con documenti mai pubblicati finora da nessuno, corredato di foto di briganti che infestavano i monti e i boschi del picentino. Analisi, citazioni e curiosità sulla “lunga, disperata, nera epopea dei contadini del Sud”,come la chiamò Levi. Il nostro Dossier a puntate inizia con una vera e propria esclusiva, basata su fonti pubbliche e private, che ricostruisce l’ultimo sequestro eseguito dalla banda armata di Gaetano Manzo, prima della sua definitiva distruzione, ai danni del ricco possidente di Giffoni Valle Piana Giuseppe Mancusi.
Buona lettura a tutti.
Carmine Crocco“E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino?Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l’erba dagli zoccoli dei cavalli, ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana e astratta. E’ dire senza timore, E’ MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall’anima. E’ vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà.”  
Monologo del capo-banda Carmine Crocco.

LA LEGGENDA NERA DEL PICENTINO
di Walter Brancaccio

Una guerra civile feroce durata cinque anni (1860-1865) contro degli occupanti che parlavano francese o il dialetto piemontese e che arrivarono nel Sud, con modi di pensare lontanissimi tali da essere incomprensibili. Terra e libertà  aveva promesso Garibaldi per i contadini del Sud senza il cui concorso la folle impresa dei Mille sarebbe naufragata in un bagno di sangue, laggiù in Sicilia. I primi editti del Generalissimo abolirono l’imposta odiosa del macinato, soppressero il dazio, stabilirono le prime divisioni delle terre demaniali, il ripristino degli usi civici usurpati. Fu un momento che illuse le attese e le speranze di un futuro migliore per le classi subalterne del Sud. Poi ci fu il massacro di Bronte, la repressione di Bixio, l’uccisione dei “comunisti” in rivolta contro le prepotenze secolari dei latifondisti e lo scenario divenne più chiaro. “Occorre che tutto cambi, affinché nulla cambi” dice il protagonista de “Il  Gattopardo”. Era stata fatta la scelta, in difesa della proprietà e dell’ordine sociale nelle campagne. E fu quasi subito guerra. Dopo il crollo improvviso e insospettabile del regime borbonico, il nuovo Stato unitario dei Savoia si trovò a fronteggiare un movimento di rivolta nell’Italia meridionale sfociato nella lotta armata, che fu represso con “una durezza eccezionale, esagerata ed indiscriminata che altro non era se non la forma violenta di una lotta di classe, e colpiva la classe più vilipesa e sfruttata della società meridionale, quella dei <cafoni> che a loro volta insorgevano in forme primitive e violente contro l’oppressione e la miseria”. Il volto del nuovo Stato si presentò con la circoscrizione obbligatoria, con lo stato d’assedio, i tribunali militari, le  fucilazioni sommarie per i briganti armati, il domicilio coatto; il Mezzogiorno divenne un problema di ordine pubblico, trattato come una terra di conquista del Piemonte. Il generale Pinelli aveva già applicato nell’aquilano la fucilazione a chi avesse “con parole o con denaro o con altri mezzi eccitato i villici ad insorgere,” e “a coloro che con parole, od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re, o la bandiera Nazionale”. Scrive Denis Mack Smith, storico liberale inglese nelle sua famosa Storia d’Italia. “I contadini trovati in possesso di armi erano fucilati sul posto e i soldati fatti prigionieri erano a volte legati a un albero e arsi vivi; altri erano crocifissi e mutilati. La legge della giungla trionfava e i soldati erano spinti per rappresaglia ad analoghi eccessi. Non veniva dato quartiere, ma al terrore si rispondeva con il terrore.
Giuseppe Caruso Degli uomini erano fucilati per dei semplici sospetti, intere famiglie punite per le azioni di uno dei loro membri, villaggi saccheggiati e incendiati per aver dato rifugio a dei banditi.” La repressione terroristica dell’esercito verso i “cafoni”, (“la più grande canaglia dell’ultimo ceto” li definì il generale Solaroli, aiutante di campo di Vittorio Emanuele) toccò punte di inaudita ferocia con l’eccidio di Casalduni e Pontelandolfo nel beneventano, con metodi così sanguinari che il professore Francesco Barra in “Il brigantaggio in Campania” parla di “un autentico e orrendo pogrom ”. Le cifre di questa guerra civile ancora oggi fanno rabbrividire. Il numero dei caduti fu superiore a quello dei caduti di tutte le altre guerre del Risorgimento messe insieme. Secondo le stime del Molfese risulta che i guerriglieri nel quinquennio 1861-1865 caduti in combattimento o fucilati furono 5.212 . Il totale di “briganti posti fuori combattimento” di 13.853. 
Molti di quelli che saranno poi i più temuti capibriganti, Carmine Donatelli (Crocco), lo Zapata italiano, parteciparono al processo di unificazione per poi ritrovarsi dall’altra parte della barricata, tra le fila della reazione sanfedista e legittimista, prendendo in prestito la coccarda rossa e le bandiere bianche dei Borboni. Li chiamarono con il marchio infamante di BRIGANTI. Nel 1865,  in Basilicata, in Puglia e in Calabria il grande brigantaggio a cavallo, al comando di Crocco, Borjès, Ninco-Nanco, Coppa, Tortora, Sachitiello che aveva minacciato le fondamenta stesse del nuovo Stato unitario, era stato sconfitto con la cattura, la resa e l’uccisione dei capi e con il sistema della “terra bruciata”. Una resistenza disperata e senza prospettive, fu repressa con leggi violente (la “legge Pica” è stata definita una legge “che fece della repressione più rigorosa non una misura eccezionale, ma la regola sanzionata dal diritto”) e con una mobilitazione di uomini e mezzi mai vista prima che raggiunse l’acme nel 1863 quando furono concentrati nel Sud 120.000 soldati, quasi la metà dell’intero esercito. Lo stratega della sconfitta del brigantaggio in Basilicata e nel Beneventano fu il generale Emilio Pallavicini di Priola che si servì della collaborazione di uno dei luogotenenti  più fidati di Crocco nel Melfese, Giuseppe Caruso di Atella, il primo “pentito”d’Italia. Caruso si era costituito nel settembre del 1863; in cambio della libertà divenne una guida dell’esercito; profondo conoscitore dei luoghi e dei nascondigli più segreti, consentì di scovare e distruggere molte bande armate e minacciò di catturare lo stesso Crocco. Grazie alla raccomandazione del Palaviccini per i servizi resi venne poi assunto come brigadiere delle guardie forestali di Monticchio. Il contributo fondamentale del traditore Giuseppe Caruso, una sorta di Pat Garrett, è stato volutamente sottovalutato dalla storiografia di parte liberale. L’ex vaccaro dei Fortunato fu anche l’artefice della distruzione avvenuta nel 1867 nel  bosco di Bucito, in Basilicata,  di una delle bande più agguerrite del picentino, quella di Luigi Cerino di Gauro che operava per lo più nel vasto massiccio montuoso dei Picentini e degli Alburni. Per l’uccisione di Cerino, a Caruso il governo assegnò una pensione di 100 lire al mese, somma rilevante per quegli anni. Nel Picentino, fra  queste montagne a cavallo di due province, nelle folte ed impervie boscaglie e nelle grotte naturali, alla macchia operarono una costellazione di piccole-medie bande appiedate, che raramente superavano i 20 componenti, guidate da abili e spietati capi, estremamente  mobili, conoscitori perfetti dei luoghi e di ogni più impenetrabile recesso, capaci di lunghe e durissime marce, di giorno e di notte, d’inverno o d‘estate. Una vita senza respiro. Appesa ad un filo. Erano pastori, contadini, braccianti, carbonai analfabeti, renitenti alla leva o disertori, sbandati del disciolto esercito borbonico, semplici avventurieri alla ricerca di bottini e di vendette personali contro i “galantuomini”. Compirono numerosi ricatti e sequestri di persona, vendette contro i proprietari terrieri, le autorità municipali e i membri delle guardie nazionali. Una fitta rete di appoggi, di complicità e connivenze, nelle montagne e nei paesi, li teneva al riparo dalle perlustrazioni delle truppe. La cosiddetta “polizia dei briganti” impressionò anche i membri della commissione d’inchiesta presieduta dal Massari. Nel 1870 il brigantaggio che infestava il  picentino, scevro da ogni motivazione “politica”, poteva dirsi completamente sconfitto. Antonino Maratea (Ciardullo) capobrigante di Campagna era stato fucilato nella piazza principale del suo paese il 1 dicembre 1865, insieme al “ferocissimo ladro, assassino e stupratore” Carmine Amendola di Giffoni, detto il Pestatore. Prima di lui era stato ucciso nel bosco di Persano il 24 novembre 1864 Gaetano Tranchella di Serre. La banda Scarapecchia era stata decimata e dispersa nei pressi del fiume Sele, quella del terribile Francesco Cianci (Cicco Ciancio) di Montella nel novembre del 1866 a Calavello nel comune di Lioni. A Castiglione del Genovesi il 28 maggio del 1869 venne ucciso, in uno scontro con la guardia nazionale di Castiglione e San Cipriano Picentino, Andrea Ferrigno, uno dei più noti capo -banda del picentino. Il montellese Ferdinando Pica perse la vita in un duello rusticano sui monti di Solofra per mano del compaesano Alfonso Carbone.
Alfonso CarboneL’intera  banda Carbone si costituì a Montella il 5 settembre 1869. Poi fu la volta di  Manfra, Gatto, Marcantuono, Parra e Boffa mentre il cadavere putrefatto di Nicola Marino era stato identificato sul monte Bulgheria, nel territorio di Torre Orsaia.  Il brigantaggio nel picentino non aveva però ancora chiuso la sua pagina di storia. Si protrasse addirittura fino al 1873 quando fu ucciso a Flumeri (Av) l’ultimo protagonista dell’epopea del brigantaggio, il celebre capo-banda Gaetano Manzo di Acerno. La vita avventurosa  e fuorilegge di Manzo è notissima dopo le descrizioni particolareggiate che hanno fornito le sue stesse vittime. La sua foto, immortalata da Raffaele Del Pozzo, nativo di Gauro, è un icona. Umile caciao di Acerno, sperduto paese del salernitano al confine con l’avellinese, Manzo renitente alla leva, si aggregò dapprima alla banda di Ciardullo per poi formare una propria  banda autonoma, forte di quindici briganti, il cui nucleo centrale era costituito da suoi compaesani di Acerno. Il processo che fu celebrato nel ’68 presso la Corte di Assise di Salerno dopo la presentazione della banda alle autorità militari in quel di Acerno nel marzo del 1866,  è custodito in centinaia di faldoni. Manzo venne condannato ai lavori forzati a vita. Quasi ogni aspetto della sua vita è stato raccontato, analizzato. Le sue imprese tra  le quali memorabili, anche per l’eco internazionale, il sequestro dei turisti inglesi William Moens e Murray-Ansley avvenuto il 15 maggio del ’65 presso Paestum che fruttò trentamila ducati e quello eseguito nello stesso anno dell’industriale svizzero Federico Wenner, proprietari delle manifatture cotoniere di Fratte, catturato a Fratte insieme al precettore di famiglia, Isacco Friedli e due dipendenti della ditta Wenner Giovan Giacomo Lichtensteiger e Rodolfo Gluber nell’ottobre del 1865 e rilasciati  dopo quattro mesi di prigionia dopo aver pagato un riscatto di lire 127.400. Manzo era un idolo per i compagni. Di grande autorità e carattere. Sapeva leggere e scrivere ed emanava un indiscusso fascino. Cosi lo descrive lo svizzero Isacco Friedli, che per quattro mesi fu suo prigioniero: “ Ritto, fiero, con la mano destra alzata, vestito di panni pittoreschi, appariva come una figura teatrale. La sua testa ha un profilo quasi greco, il naso forte, ben modellato e leggermente aquilino; la fronte è piuttosto piccola, le forti sopracciglia curve, i begli occhi scuri il cui sguardo sembra trapassarti; una splendida folta barba bionda orna la bocca e il mento forte; i capelli biondi, lucidi, e fini, raggiungono quasi le spalle. Il  suo comportamento e l’incedere sono fieri, a volte c’è in esso un che di felino”.
La Banda Manzo Il 4 marzo 1866 ad Acerno Manzo e il cugino Manzitiello con altri quattro briganti si costituì alle autorità. Condannato dalla Corte d’assise di Salerno nel ’68 ai lavori forzati a vita, venne rinchiuso nel carcere di Chieti.  Ma in una notte di tempesta  del  6 novembre 1871 Gaetano Manzo e altri  otto detenuti, tra i quali sei condannati a morte, riuscirono ad evadere dal carcere. La fuga rocambolesca fu progettata a lungo con l’aiuto della sorella Maria Giuseppa.  “A una guardia, che si era imbattuta negli evasi fuori delle mura delle prigione e aveva chiesto loro dove andassero a un’ora così tarda (erano le 11 di sera), gli avanzi di galera,mezzo ignudi, risposero: “Prendiamo un po’ d’aria fresca!”. Al che la guardia li lasciò continuare indisturbati”. Il ritorno di Manzo, dell’omonimo cugino Manzitiello ”feroce masnadiero” e di Andrea De Angelis, tutti di Acerno, (gli altri erano stati tutti uccisi tranne Giovanni Presutti) sui monti Picentini creò un vivo allarme nelle popolazioni  e seminò sgomento e terrore tra i “galantuomini” della zona. Lo stato maggiore dei Carabinieri di Salerno, le Prefetture di Salerno e Avellino, l’esercito sotto il  comando del generale Pallavicini misero a punto una strategia di accerchiamento che si rilevò velleitaria per intrappolare i tre evasi e impedirne l’ingresso in questa provincia. Scrisse il Comandante dei Carabinieri di Salerno “ …Già famosi briganti prima della loro cattura, ora dopo una condanna gravissima che pesa sul loro capo, e la libertà che con l’evasione dal carcere hanno riacquistata, egli è indubitato che recatosi in quei luoghi faranno risorgere il brigantaggio in vaste proporzioni. Epperciò ho disposto che il delegato di P.S. di Montecorvino d’accordo coi Reali Carabinieri apparecchi fin d’ora il terreno onde sorprenderli e colpirli fin dal loro primo arrivo”.  Il Maggiore Comandante l’Arma in provincia di Salerno scrisse in un rapporto al Prefetto di Salerno: “ …ho subito energicamente disposto sia per impedire l’ingresso nella Provincia dei briganti evasi dalle carcere di Chieti, sia per procurarne la cattura a tutti i costi, inculcando vivamente ai Comandanti le Stazioni di Acerno, Montecorvino, Giffoni e Pontecagnano grande vigilanza sui loro rispettivi distretti e per quello di Acerno in specie sui confini di Montella. Ho pure disposto che una colonna mobile rimanga in permanenza su quel territorio. Dal canto mio assicuro V.S.ssima che nulla sarà omesso per la dispersione e cattura di detti Briganti; ma non lascio di osservare che tale evasione è lamentevolissima per le conseguenze che ne possono derivare, essendo probabile che i briganti De Angelis e i Manzi tentino avvicinarsi alla loro terra natale, o quanto meno a quelle località ove trovano i loro favoreggiatori e manutengoli, ed in questo caso potrebbe il Manzi, brigante quant’altri mai astutissimo ed avveduto, formare una nuova banda rendendo difficili le condizioni della Pubblica Sicurezza nella Provincia”. Intanto tutti i Sindaci del circondario diramano note allarmate alle autorità. Più preoccupato di tutti è il Sindaco di Acerno Angelo Vece che il 10 novembre 1871 sottolineò: “Il paese è in grave perturbazione al triste pensiero che quegli assassini potrebbero rivedere questi monti, si ritornerebbe ai lamentati guai di questi lunghi anni, ed ora più atroci di certo per la vendetta che potrebbero di coloro che contribuirono alla loro condanna”. Suscitò ammirazione invece tra i “figli della miseria” la fuga del Manzo che “ad Acerno vengono riguardati con quell’ammirazione con la quale gli scellerati guardano coloro che compiono atrocissimi fatti, coronati da successo ed impunità”. L’imponente <dispositivo di sicurezza> prevede il rafforzamento delle stazioni dei carabinieri a Giffoni, Montecorvino, Acerno e Pontecagnano. Si susseguono perquisizioni e arresti di sospetti fiancheggiatori. Il fratello di Manzo, Agostino, è arrestato, la casa dei Manzo sorvegliata giorno e notte, il padre Luigi viene arrestato per detenzione di armi, poi è la volta della madre Viscido Maria Giuseppa  e della sorella Maria Giuseppa Manzo. Protezione reclamano al Ministero degli Interni gli industriali svizzeri Schlaepfer- Wenner e David Sansvilerr, proprietari di grandi stabilimenti di filatura e tessitura nella Valle dell’Irno. Viene mobilitato verso Giffoni V.P. un distaccamento di truppe  del 36° Reggimento fanteria proveniente da Maddaloni per dare la caccia all’ultimo temibile outlaw del salernitano. Ma Manzo avanzando di notte, su e giù per i monti, con una lunga marcia   che ha qualcosa di leggendario, riesce a sfuggire alla trappola. Era inafferrabile. Era la primula rossa. La sua nuova banda di “desperados” formata da dodici briganti di Acerno e di Montella  il 24 dicembre 1871 si trova già sui monti tra Campagna ed Acerno. La caccia all’uomo divenne accanita. Il  premio fu fissato dal Governo, dalla Provincia e dai Comuni per la testa di Manzo raggiunge cifre notevoli per quei tempi. Vivo o morto, 20.000 lire.  La  corresponsione di premi, di taglie per l’uccisione o la cattura dei briganti creò una “industria della delazione”, che rimane come una macchia indelebile nel quadro della repressione del brigantaggio”.
Gen. Emilio Pallavicini Il generale Pallavicini, l’uomo che aveva “bloccato” Garibaldi sull’Aspromonte e distrutto le grandi bande armate di contadini nel Beneventano e in Basilicata,  si trasferisce a Montecorvino Rovella. Le informazioni fornite da un cittadino di Olevano che subisce il furto di un fucile fanno localizzare la presenza di Manzo e della sua banda nella zona. Si teme un unione con la piccola  banda Gagliardi, ma i due non si incontreranno mai. Anche perché nel mese di febbraio del 1872 la banda viene completamente distrutta sui monti di Senerchia. Intanto accampato nei boschi di Giffoni Manzo sta preparando il sequestro di Giuseppe Mancusi. La sera del 17 aprile 1872, alle ore sette, la banda Manzi in contrada S.Maria a Vico a due chilometri da Giffoni aggredisce il cocchiere di Giuseppe Mancusi, tale Giuseppe Tavoletta, di ritorno da Pontecagnano. La carrozza viene circondata, è vuota e il cocchiere malmenato. Il cocchiere fornisce una descrizione precisa degli aggressori ,dice di aver riconosciuto Manzo, ma non viene creduto dalle autorità. Anzi viene addirittura arrestato e trasferito nel carcere di Salerno. Si apre un piccolo giallo.

Capitolo Secondo>>

 
 
 
 
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